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Strada rossa

Le auto procedevano velocemente, nonostante la strada fosse piena di buche e sobbalzi. Era ricoperta da una specie di terriccio rosso, che colorava le ruote dei veicoli, che, man mano che avanzavano, alzavano un polverone rossastro che obbligava tutti i viaggiatori a chiudere in fretta i finestrini. “E’ un bel sacrificio chiuderli” pensò Emma. “Con ‘sto caldo…” aggiunse. Il sole filtrava attraverso gli alberi. Se non ci fossero stati, i quattro amici si sarebbero trovati come dei polli arrosti, con i raggi del sole che si sarebbero schiacciati contro il tettuccio, trasformandolo in una griglia. Meno male che c’erano. Nessuno dei quattro parlava. Nemmeno Davide, che di solito era il più chiacchierone, disse qualcosa. Poi il traffico si fece così fluido, che le auto si distanziarono tra di loro. Poi il fattaccio. Marco accelerò e raggiunse gli ottanta all’ora. “Rallenta!” gridò Christian. “Ha ragione, tira un po’ il freno!” esclamò Emma. “Ok!”. Poi un animale attraversò di corsa la strada, frettoloso di raggiungere l’altra sponda. Marco girò il volante verso sinistra, nell’obiettivo di scansare il cervo, che adesso stava scappando nel bosco. L’auto uscì di strada e rotolò giù per la scarpata, capovolgendosi velocemente. Poi si fermò, si alzò sulle ruote anteriori e cadde in avanti. Scivolò ancora per qualche metro, poi sbatté contro un albero e si bloccò definitivamente.

Emma aprì gli occhi. Era calata la notte. Si guardò in giro. Guardò Marco: era appoggiato con la testa contro il volante. Aveva il viso insanguinato e probabilmente era morto. Quando Emma mise a fuoco poté constatarlo di persona. Non riusciva a parlare. Se avesse urlato, il suo mal di testa sarebbe aumentato. Davide aveva sfondato con la capoccia il finestrino, che si era rotto in mille pezzi, ora tutti riversati sul sedile. Era morto anche lui. Poi osservò Christian, che lentamente stava aprendo gli occhi. Cercò con lo sguardo Erik, che era sparito, forse volato fuori dall’auto durante l’incidente. Emma si tolse la cintura al rallentatore e si guardò la gamba. Quella destra era intera, proprio come la sinistra. Si rassicurò, almeno riusciva a camminare. Poi si guardò la mano sinistra, e vide che era tutta insanguinata, con l’osso della falange che spuntava. Anche il polso le doleva moltissimo, quasi come se qualcuno le avesse lanciato un martello di ferro arrugginito sulla mano. Chris invece sembrava illeso. Aveva solo un dolore lancinante al petto e alla testa. Poi notò la sua gamba. Il femore era schizzato fuori ed era conficcato nel sedile davanti. Poveretto. “Ehi, Christian” Chris aprì gli occhi e si guardò in girò. “Oh mio dio!” gridò lui, zittendosi subito, causa il dolore alla testa. “Co…Come stai?” domandò lei. “Mi fa male la gamba!” piagnucolò. “Anche a me!” disse Emma. “Siamo in un bel guaio!” disse poi. Chris annuì col capo. “Aspettiamo che venga giorno, poi ci muoveremo!” esclamò Emma. “Non disperare, ce la faremo… qualcuno verrà pur a prenderci” aggiunse. “Speriamo!”. Poi ad Emma squillò il cellulare. Lei guardò Chris che le disse di rispondere. Lei, a fatica, con la mano ancora intera-quella destra- estrasse dalla tasca l’I-Phone nuovo e rispose. “Sì?” domandò lei. Dall’altro capo della linea si udì una risatina. “Chi è?” domandò lei. “Sono qua!” rispose la voce. Emma guardò fuori dal finestrino e vide un’ombra muoversi nella vegetazione. “Che cosa vuoi?!” sbraitò lei. “Io voglio… io voglio… io voglio TE!” gridò. Poi l’uomo riattaccò. Emma rabbrividì e guardò Christian. “Chi era?” domandò. “Non so, restiamo qui, ci muoveremo all’alba!” ribatté lei. L’alba arrivò molto lentamente. Chris aprì gli occhi e guardò Emma, che ancora dormiva, poi osservò davanti a se e sobbalzò. Appeso con una specie di spago rossastro allo specchietto vi era un foglio bianco con una frase scritta col sangue : “Hello”. Guardò Emma,che aveva una ferita sulla guancia ed un coltello tra le mani. “Oddio” sussurrò Christian. Qualcuno aveva prelevato il sangue di Emma e con la punta del coltello intinta di rosso aveva scritto la frase. Chris si apprestò a svegliare Emma, che saltò dal sedile appena visto il foglio. “C’è la fai a muoverti?” domandò Emma. “Se mi aiuti, sì!” rispose l’amico con un sorriso. Emma uscì dall’auto ed andò verso la portiera di Christian, la aprì e Christian, con molta fatica uscì saltellando su una gamba, poi si appoggiò ad Emma. “Cerchiamo di risalire la scarpata!” esclamò Christian, che si zittì subito, vedendo quanto fosse ripida la salita. “Dobbiamo trovare un’altra strada!” disse Emma. Si girarono e cominciarono a camminare, inoltrandosi nel bosco.

Dopo circa mezz’ora di camminata nel nulla, si udì un grido atroce. Ma non di terrore e paura, bensì di liberazione, come se qualcuno si stesse sfogando. Poi dei passi, lenti e pesanti. Emma vide un’ombra venire verso di loro. Era alta e larga, e vestiva con degli stracci rossi. La faccia era coperta dall’ombra del cappuccio. Trascinava con due mani una mannaia ruggine, che aveva tutta l’aria di essere pesantissima. Chris sgranò gli occhi e sussurrò qualcosa nell’orecchio ad Emma, che annuì col capo. Poi il figuro si fermò ed impugnò saldamente l’arma, prima di continuare la sua avanzata. Emma si girò e cominciarono a zoppicare, con l’obiettivo di raggiungere nuovamente l’auto, che avrebbe potuto offrire loro un nascondiglio sicuro. Quella persona era troppo lenta, troppo pesante l’arma per permettergli di accelerare. E loro avevano un discreto margine di vantaggio, nonostante Chris camminasse con una gamba sola, sorreggendosi ad Emma. L’auto comparve alla loro vista, mentre il losco figuro lentamente scompariva. Aprirono il bagagliaio ed uno ad uno entrarono. Chris si distese sul fondo, più in dentro possibile. Emma invece si accontentò del posto più stretto, schiacciata contro i lati dell’auto, poi chiuse la portiera. Passarono due minuti, ed i passi si fecero più insistenti. “Adesso stai zitto!” disse Emma all’amico, che annuì col capo. Il maniaco aprì la portiera davanti e cominciò a frugare. Poi uscì e sfoderò una sciabolata contro il veicolo, che si mosse. Chris tirò una testata contro il fondo del bagagliaio e si trattenne dall’imprecare. Emma sudava freddo e piangeva. Probabilmente il tizio avrebbe sollevato il bagagliaio e li avrebbe scoperti, per poi trascinarli all’aperto e massacrarli. Ma non fu così, il tipo fece sbattere le portiere e si allontanò sbruffando, trascinando l’arma dietro di sé. Quando furono sicuri che se ne fosse andato, Emma sollevò il portabagagli e si guardò intorno. “E’ andato?” domandò Chris. “Sì, possiamo uscire!” rispose Emma. Quando lei fu fuori, prese Chris per le mani e lo aiutò ad uscire. Lui strinse i denti per il dolore. Si vedeva ancora in lontananza il figuro allontanarsi nel bosco. La notte arrivò velocemente. Sedevano davanti e bevevano una bottiglia di Jack Daniel’s che Marco teneva sempre nascosta nel cruscotto. Chris mandò giù un sorso, strizzò i denti e ricadde sul sedile. Emma ripose la bottiglia nel cruscotto e poi lo chiuse, facendolo sbattere. “Domani mattina ci inoltriamo nel bosco. Forse troviamo una casetta o una stradina sterrata da seguire!” esclamò Emma singhiozzando. Quando mandò giù un altro sorso, singhiozzò di nuovo e ridacchiò. Poi di colpo, qualcosa si lanciò contro l’auto e ci saltò sopra. Qualcosa stava camminando sul tettuccio. Emma fece segno a Chris di stare zitto e lui obbedì. Un lupo saltò sul cofano e guardò verso il finestrino. Meno male che la luce era spenta, sennò li avrebbero visti. L’animale ringhiò e cominciò ad abbaiare. Chris stette zitto, nonostante avesse una pazza necessità di mollare un urlo acuto di terrore. Gli ululati e gli abbai si moltiplicarono. Arrivarono altri lupi, che saltavano sull’auto. Uno di loro cercò di azzannare Emma, nonostante ci fosse uno spesso vetro a dividerli. Emma si trattenne dal gridare. E fece bene. Se avesse urlato, i lupi si sarebbero arrabbiati ancora di più. C’era poco da fare. A forza di morsi e salti contro il finestrino, questi si sarebbe rotto molto presto. Ma qualcosa li bloccò. Uno dei lupi, uno di quelli che tirava morsi al finestrino guardò verso il bosco, ululò e scappò nella foresta. Tutti si ritirarono e sparirono nella vegetazione, correndo come forsennati. Ma c’era poco da esser felici. Non erano scappati di loro spontanea volontà, ma erano stati allontanati da qualcuno. O qualcosa… Si sentirono dei fruscii. Dei passi leggeri e veloci. Forse era il maniaco, con un arma più leggera, oppure perfino disarmato. Davanti all’auto passò un orso. Enorme. Fece qualche passo in avanti, annusando il terreno e frugando nel fogliame, in cerca di qualche tana. Poi si voltò verso l’auto. Emma accese gli abbaglianti e l’orso si tirò indietro, accecato dal forte fascio di luce. Poi si scatenò. Caricò contro l’auto un paio di volte, fino a rovesciarla. Cominciò a mordere gli pneumatici. Ringhiò, poi si scagliò contro il finestrino di Chris, che urlò. “Bella pensata!!” sbraitò poi. Emma gridò e si tenne al volante. Il finestrino si era rotto ed Emma ebbe una tragica pensata. Guardò Chris, che forse aveva capito le intenzioni di Emma, ma preferiva non crederci. Emma lo salutò e strisciò fuori. “Noooooo… Emmaaaaaa!” gridò Chris, che urlò di dolore subito dopo. Emma pianse e scappò nel bosco, per niente pentita di quello che aveva fatto. Il sole picchiava duro sulla schiena di Emma, che ancora si reggeva in piedi. Dopo un’intera notte di cammino nel bosco non aveva ancora incrociato nessuno. Aveva sete, aveva fame ed ancora non si capacitava di quello che aveva fatto. Un corvo si posò su un ramo di un pino là accanto e cominciò a gracchiare. Nel silenzio, quel rumore le pareva terrificante. Si sentiva debole. Erano le undici di mattina, forse l’ora più calda della giornata. Pensò che la sua ora fosse arrivata, le sue gambe cominciarono a tremolare e mandavano un messaggio di stop al corpo, che le doleva come non mai. Doveva sostare, all’ombra di qualche albero. Al fresco… vide una quercia colma di foglie che proiettava una lunga ombra sul terreno. Emma si sedette contro il tronco e cominciò ad ansimare. Acqua… acquaaaaa… Quando vide il piccolo ruscello scorrere in discesa, pensò che Dio fosse venuto in terra e si fosse avverato il miracolo. Cominciò a correre, con le poche forze che le rimanevano, con la gola arsa e si buttò a terra, su un morbido tappeto di aghi di pino che costeggiava il ruscello. Mise le mani in acqua e cominciò a bere. Stette lì circa cinque minuti, ad infilare le mani nel limpido corso d’acqua ed infilarsele in bocca. Forse sarebbe riuscita a sopravvivere. Forse… Il maniaco arrivò alla sua casetta. Passò un sentiero di terra rossa. Quando lo passò, un polverone rossastro si sollevò e lo avvolse. Aprì una porta che per miracolo era ancora in piedi. Divorata dalle termiti. Entrò nella capanna ed appoggiò contro il muro la sua mannaia e si stiracchiò, poi si distese sul divano. Se poteva essere definito divano. Era giallo a strisce verdi con qualche molla che spuntava qua e là. C’erano vari fori e ciò faceva capire che era molto, ma molto vecchio. Sentì un lamento, guardò verso la cucina e si alzò. Non si tolse il cappuccio. Fenomeno forse dovuto ad un irritazione alla luce. Spalancò la porta della cucina e guardò il corpo adagiato a terra, contro la dispensa. Erik si scrollò, nel tentativo di allentare le corde. Il figuro sollevò un coltellaccio e lo mostrò ad Erik, poi lo alzò e si preparò a colpire. Prima che il momento arrivasse, Erik pronunciò le sue ultime parole : “Perché?!” Poi il buio. Emma sentì l’urlo, prima del silenzio. Uno stormo di uccelli si alzarono in volo, spaventati e intimoriti. Emma si girò e guardò verso il bosco e vide un cerbiatto correre più avanti, verso la sua “casa”. Lui almeno sapeva dov’era la sua “casa”. Emma lo invidiava, quel cerbiatto. Poi guardò avanti, e rabbrividì. Intanto stava camminando da ore su un sentiero di polvere rossiccia senza che se ne fosse accorta. L’ombra di una capanna si proiettava su di lei, oscurando tutto il terreno circostante. Emma deglutì e si avvicinò a piccoli passi alla casetta. Poi una luce si accese, probabilmente quella del soggiorno, perché le finestre illuminate erano due. Poi un’ombra, si proiettava sulla soglia, una gigantesca arma in mano. “Oddio” sussurrò Emma. La figura si avvicinò e ringhiò, poi cominciò a camminare verso di lei. Emma cominciò a correre verso il bosco, singhiozzando. Superò con un salto il ruscello donde lei si era fermata dieci minuti a bere, proseguì a zig zag, cercando di disorientare il maniaco, che probabilmente non aveva ancora passato il corso d’acqua. Arrivò dinanzi ad un muro di roccia, che sembrava facile da scavalcare. Lei si arrampicò, stando attenta a non mettere le mani o i piedi in fallo. Non successe. Saltò giù e cadde a terra, poi continuò a correre. Cominciò a farle male la milza. Fu costretta a fermarsi. Il dolore lancinante si calmò un poco, permettendo ad Emma di ripartire. Arrivò all’auto. Chris era sparito, probabilmente trascinato via dall’orso. Adesso che lui non c’era, riusciva ad arrampicarsi. Usò come punti d’appoggio i vari massi sporgenti. Quando arrivò in cima, il muro franò, formando una specie di piattaforma diagonale, dove anche Christian, nelle sue condizioni sarebbe riuscito a salire. Emma continuò a correre, vide la strada, vide un auto. Si lanciò sulla strada rossa. Quando si alzò, vide che il suo giubbotto era tutto sporco della polvere rossa. Vide una Punto Evo avvicinarsi. L’auto si fermò e ne uscì Chris. “Chris???” sbraitò Emma. “Dopo che mi hai abbandonato, è arrivato il figuro e mi ha salvato, mi ha portato nella sua capanna e mi ha guarito, ti ho preceduto sulla strada e ti ho aspettato dietro l’angolo. Quando sei apparsa sono arrivato. Emma cominciò a correre. Si guardò dietro e vide che il maniaco era arrivato. Non aveva cappuccio, ed Emma poté così capire la sua identità. Quando lo vide in faccia rabbrividì. Si fermò. “Tu??” domandò. Poi Chris sparò e colpì in testa l’amico. Quando cadde a terra ricaricò e sparò un altro colpo. Però ad Emma, che cadde in ginocchio sulla stradina di polvere rossastra. “Così impari!” disse poi Chris. Emma scivolò a terra, con un rivolo di sangue che le colava dalla bocca. Chris guardò avanti, poi risalì sulla Punto Evo e si allontanò, schiacciando i due cadaveri. Fermo dietro l’angolo, in piedi, un uomo osservava la scena…

Maria Cristina Detoni per Francesco Berliavaz, Trieste (Italy)

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